Dandismo: Uno stile di vita

 

L'attribuire la massima importanza ai vestiti, all'aspetto e al portamento, il Dandy accoppiava un linguaggio raffinato e la ricerca di uno stile di vita piacevole, il tutto portato via con un'aria di nonchalance e una venerazione di sé. Anche se Lord George Bryan Brummel fu considerato il creatore del dandyismo inglese, portò a trascurare il predecessore Beau Nash (1674-1762), un personaggio accattivante nella storia di Bath nel Regno Unito. Dopo gli studi al Jesus College di Oxford, Nash ebbe una carriera da ufficiale dell'esercito, ma nonostante la sua posizione preferì la vita che Bath poteva ofrirgli: un'esistenza frivola di gioco d'azzardo, flirt e moda che lo portarono a diventare il sedicente "Re di Bath", organizzando giochi, balli e divertimenti per i ricchi che non solo assicuravano un flusso costante di visitatori alla città, ma trasformarono Bath nel centro più alla moda della società georgiana. Tutt'ora una statua di Beau Nash si erge con uno sguardo attento alla società, nelle Pump Room di Bath,

 

 

Beau Brummell (1778 - 1840) elevò ulteriormente il concetto di dandismo dettando legge nel mondo della moda, stabilendo l'immagine di una vita notevole per la sua maestria sociale. Partendo da una condizione non aristocratica, Brummel condusse la sua vita in modo da essere sempre rispettato, temuto e ammirato. Si mostrava deliberatamente improduttivo e impegnato unicamente nella mondanità, nella metodica raffinatezza e nel consumo di lusso. Ma non erano solo queste le caratteristiche fondamentali nell'essenza del dandismo. Sapersi costruire la propria identità, necessaria per creare attorno a sé stesso una sorta di difesa dalla minaccia sociale ne faceva le basi, portando il dandy a mostrarsi sempre nel pieno autocontrollo e nell'impossibilità di essere emotivamente toccato dagli eventi. 

 

“Il dandismo non è neppure, come sembrano credere molti sconsiderati, un gusto sfrenato del vestire e dell’eleganza materiale. Per il dandy perfetto tali cose sono unicamente un simbolo della superiorità aristocratica del suo spirito”

- Charles Baudelaire

 

Portrait of Robert de Montesquiou (1897) by Giovanni Boldini. Courtesy Wikipedia

 

La storia del dandismo, pur trovando Brummel e Nash straordinari interpreti, portò tutto il suo fascino anche in Francia. Sul finire del Settecento, con il crollo dell’ordinamento gerarchico, l’ascesa della borghesia e la forte presa dei principi di eguaglianza e democrazia, l’abito maschile inizia a divenire scuro e rigoroso. Ad una tendenza verso l’omologazione nella moda maschile, si aggiunse la forte differenziazione fra i generi nel modo di abbigliarsi. Su tale scenario si andava ad inserire l’elegante rivoluzione dei dandy che, spostando leggermente quel confine che separava i generi, s’interessavano alla moda con sensibilità e fanno del dettaglio. Nel modo di abbigliarsi del dandy si ritrovavano così la passione per il guanto o il fazzoletto dai colori accesi, la spasmodica cura nel creare la piega perfetta per la cravatta, l'abilità nell'accostare fra loro varie tonalità o gradazioni di colore.  Ma nonostante la perfezione nell'essere e nell'apparire, i dandy, sviluppavano anche un certo amore per quella patina che il tempo tendeva a lasciare sugli oggetti in opposizione ad un futuro incerto dal quale volevano prendere le distanze.

Raffinatezza punteggiata da qualche dettaglio eccentrico, la sensibilità del dandy per la moda finisce ben presto per essere letta come la manifestazione di un'omosessualità che inizia ad uscire dalla clandestinità. È soprattutto con la figura di Oscar Wilde, nell'Ottocento, che si manifesta un tipo di trasgressione che unisce cura nel vestire e preferenze sessuali. Seppure non vada trascurato questo possibile legame, va anche detto che il dandismo non può essere ridotto ad una esteriorizzazione dell'omosessualità, anche e soprattutto per la storia che si porta dietro. È però vero che vi era nei dandy quella tendenza all'androginia che li poneva, in un certo senso, al di sopra delle parti, distanti sia dagli uomini che dalle donne, impegnati con minuziosa precisione nell'arte del vestire e dell'apparire. Al giorno d'oggi i dandy sono tutt'altro che scomparsi. Scrive Barthes che “la moda ha ucciso il dandy” e se per moda intendiamo l'abito fatto in serie, non possiamo dargli torto. Il dandy, però, è anche l'uomo contemporaneo che può giocare con la moda e trovare in essa sempre quel dettaglio, quel pretesto per distinguersi.